Essere o non essere? Se fosse solo questo il problema…

Il primo giorno di scuola è passato senza troppe remore e scossoni. Il cielo ovviamente era nuvoloso e il sole nascosto, una pallida imitazione di quello che splendeva con forza appena la settimana scorsa.

Immagine di birds, clouds, and gif

Chissà perché piove sempre il primo giorno di scuola. Chissà perché tutti si impegnano al meglio, preparano e studiano l’outfit perfetto, si mettono in ghingheri quasi fosse prevista una festa durante l’intervallo, per ridursi poi a salire qualche rampa di scale, camminare avanti e indietro nel corridoio e chiacchierare con i compagni di classe.

Sono fiera di affermare che ai miei piedi calzavo le ciabatte, le Boston precisamente, quelle che vanno tanto di moda adesso e che prima nemmeno mi piacevano. Ho peccato di omologazione, mi sono mischiata alla massa. Ma per questa volta posso perdonarmelo, sono davvero troppo belle, e ho intenzione di portarle, rigorosamente senza calze, finché non mi geleranno i piedi e, inevitabilmente, mi prenderò un raffreddore, il primo di una lunga serie che spererei non iniziasse proprio (ma non mi fascio troppo la testa con false speranze).

Il primo giorno di scuola ha avuto una conclusione dolce e amara. Ero pronta per ricominciare, e lo sono ancora, ma i miei compagni di classe non mi sono mancati. Ho trascorso la mia estate frequentando tre/quattro persone e rivederle rispettivamente al mio fianco e davanti a me non è tutta questa novità.

Poi ho potuto finalmente rendermi conto che la mia cotta eterna verso il mio compagno di classe si è finalmente conclusa. Ne ero certa già da parecchi mesi, ma rivederlo e non sentire più le farfalle nello stomaco è stato un sollievo. Solo per non farci mancare i problemi, la mia testa ha preso a vorticare nella direzione di un altro ragazzo più o meno quando la professoressa di diritto ha accesso la lavagna elettronica e ha iniziato a spiegarci i vari padiglioni dell’Expo di Milano che visiteremo tra due giorni.

Il motivo è molto semplice: sabato ci siamo baciati. E fin qui nulla di che, è normale che due ragazzi che si piacciono (almeno all’apparenza, per quanto continui a sembrarmi strano) affrontino questo passo speciale prima o poi. Ne sono contenta, certo, perché si può definire a tutti gli effetti il mio “primo bacio”, ma lo sarei ancora di più, e soprattutto mi sentirei in pace con me stessa, se non avessi la convinzione di aver fatto pena. Perché ho decisamente fatto pena e lo conferma il fatto che non si fa sentire da ormai due giorni.

Di questo mi arrovellavo durante le interminabili spiegazioni della prof. Gli scrivo o non gli scrivo? Gli propongo o non gli propongo la mia pazza idea di renderlo il mio primo “lemon trainer”? Ho paura di disturbarlo, ho paura che lui preferisca qualcuno di più esperto per un rapporto che non andrà mai oltre dei baci. E gli darei anche ragione. Oppure no. Perché dai, per diventare un po’ brava devi concedermi almeno altre prove, un po’ di tempo per migliorarmi!

Perfetto, so già che anche stanotte ci perderò il sonno.

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